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Inchiostro antipatico

07 Lug

InchiostroAntipaticoQuando un libro dice la verità è antipatico: quando dice una verità più crudele di quanto ci si aspettasse, allora è crudelmente antipatico. Ecco, ho letto recentemente un saggio crudele e cattivissimo, spietato e maledetto: un saggio che rivela la verità come uno schiaffo dato ad un sognatore in fase estatica. Sto parlando dell’imperdibile Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (2012) di Paolo Bianchi.

A un aspirante scrittore che gli chiedeva: “Dovrei mettere più fuoco nei miei scritti?”, pare che Oscar Wilde abbia risposto: “Sarebbe meglio il contrario”.

Bianchi è un prolifico giornalista di lunga data che riassume in questo saggio snello tante “indagini” e inchieste nel mondo editoriale, compiute da lui o da colleghi che ha conosciuto. Altri avrebbero ceduto alla lusinga di riportare interviste a grandi nomi della letteratura italiana, ma Bianchi è crudele: preferisce riportare solo il succo di quelle interviste, magari qualche frase saporita pronunciata da un illustre letterato (Ho detto “illustre”, non “famoso”..) che ci convinca che la scrittura è una perversione solitaria. Che uno scrittore è sempre solo, circondato da altri scrittori che non leggono i suoi libri…

Loro sono un milione a scrivere, io sono solo a leggere.
MASSIMO TROISI

Con fiumi di esempi e aneddoti di storie accadutegli in prima pesona, Bianchi ci guida nell’inferno dantesco – ma molto meno poetico – di chi scrive in Italia (cioè tutti) e pone l’accento sulla disastrosa esperienza che questo comporta: a parte rarissimi casi, è un mestiere che regala quasi solo frustrazioni, nessuna soddisfazione e di sicuro non ci si vive. Quelli che ci vivono sono così pochi, ormai, che davvero suona più plausibile il vecchio sogno di scappare con il circo…

Oggi l’umanità pubblica un libro ogni trenta secondi. Qualcuno cerca di venderlo. Nel 99,99 per cento dei casi non ci riesce. Tutta l’economia editoriale del libro si regge su quello 0,01 che diventa, se non bestseller, almeno un discreto investimento.

Arriva però anche per un saggio ispirato il momento in cui cade, perché quando si parla di digitale tutti cadono. Cadono nell’incredibile eppure obbligatorio errore di giudicare l’universo secondo i propri parametri: a me non piace il digitale, quindi il digitale fa schifo. Lo fanno tutti, e solo quando si parla di altri argomenti si accorgono (negli altri) dell’assurdo. Se io dico che le trasmissioni TV di cucina sono una stupida perdita di tempo, perché a me non piacciono, tutti a darmi addosso; se dico che l’editoria digitale è stupida e sbagliata, perché a me non piace, tutti d’accordo…

Al di là di un comprensibile inciampo sul digitale, Inchiostro digitale è un ottimo saggio crudele per darsi una bella scossa e capire se si vuole continuare a scrivere… in un paese dove nessuno legge.

Come dice efficacemente Gabriel Zaid: “Il vostro libro è un pezzo di carta che, sospinto dal vento per strada, sporca la città e si accumula nei cestini della spazzatura del pianeta. Cellulosa è, e cellulosa diverrà”.

L.

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Pubblicato da su luglio 7, 2015 in Note

 

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