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L’anarchia del libro e la biblioteca/Sert

03 Lug

Ospito con immenso piacere una testimonianza inviatami da Ivano Satos del blog Beati Lotofagi e Kentucky Mon Amour. Chi frequenta questi blog e chi conosce Ivano si stupisce ogni volta della eterogeneità della sua formazione culturale e dei suoi interessi intellettuali, quindi è quasi naturale che sia scontrato con l’istruzione istituzionalizzata (e cancrenizzata).

L’anarchia del libro e la biblioteca/Sert

malinowskiSono cresciuto nelle biblioteche sin da piccolo. Sin da piccolo ho avuto con esse un rapporto di amore e odio. Le biblioteche sono un po’ come la madri delle fidanzate, mai usato quel termine “suocera” che pare voler scendere a compromessi imparentando qualcosa che è estraneo, non conforme alla mia anatomia.
Proprio come questa così detta carne estranea, la biblioteca è un po’ milf e un po’ beghina, un po’ santa e un po’ mignotta. Ti espone il bellame cercando di potenziare il suo legame, la sua posizione, ma contemporaneamente schifa e reprime la curiosità espressa. La biblioteca espone, promuove, addobba, ma come un’isterica megera si sente quasi violata da strane richieste pur sempre naturali…

Sono appassionato di antropologia sin da quando avevo quattordici anni. La mia santissima quaterna eterogenea era costituita dal Divin Marchese, da Freud, da Nietzsche e da Frazer, autore del Ramo d’oro. Proprio al Totem e tabù del caro viennese dovevo la scoperta di questa sublime disciplina. Disciplina che non pochi danni di interazione sociale mi ha procurato. In un compito in classe la prof ci chiese di parlare della condizione della donna nel mondo. Dove altri fermaron la loro mente e mano su velo e poligamia, io estesi la mia conoscenza, e la verga chinara impugnata, su infibulazione, deflorazioni rituali, dildo megalodontici tribali, ecc. Inutile dire lo casino che si creò per un tal testo. A quindici anni se hai letto Freud qualcosa non va, e comunque ti dovresti fermar a L’interpretazione dei sogni, ritenuto da molti un apocrifo della smorfia.
Dopo un colloquio di due ore col preside, finalizzato a comprendere le cause della mia cultura, le cose di certo non migliorarono. Soprattutto quando, alla sua domanda se facessi uso di “sostanze”, gli dissi di usare quotidianamente l’autoipnosi per poter vivere alterazioni mentali che materializzavo su carta.

Sconsolato dall’incomunicabilità mostrata, il giorno dopo feci filone. Mi recai in quello che pensavo essere il tempio del sapere, il tempio della cultura. In biblioteca chiesi di consultare l’opera più famosa del grande antropologo Bronisław Malinowski, lo splendido La vita sessuale dei selvaggi nella Melanesia nord-occidentale o il meno famoso Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi. Non speravo certamente di trovare Il tic come equivalente della masturbazione di Wilhelm Reich.

Dopo aver fissato per circa dieci minuti i miei occhi alla Rasputin, tant’è che pensai di averla ipnotizzata, la baciapile mi chiese, con una flemma e ansia che mal conteneva la sua faccia da vittima di “The Thing”, «Ma cosa studi?»

Perché il problema è quello. La cultura deve essere istituzionalizzata e bollata, la cultura te la devono programmare come un canale di scolo palizzato e cementato. Celato e nascosto a quelli che compion altri tragitti e percorsi. Se per molti scrittori ed editori il problema è la commistione di generi, per i reazionari della conoscenza il problema è la commistione della cultura. Il concetto di cultura esclusiva di una professione diviene il comandamento su cui si regge il Sert cartaio detto biblioteca.

Afflitto e sconsolato mi recai per strade uggiose, riavvolgendo con penna “Above the light“, fino a giungere in una piazza popolata di variopinti colori. Abiti neri su candida pelle richiamarono la mia attenzione. Una dark sublime con maglietta di “Pornography“. Una metallara indemoniata con tra le gambe “Myra Breckinridge” .

Capii che la cultura è l’unico Dio. Un Dio che non è in templi di pietra e legno, ma neanche di cemento e amianto. Capii anche che la teoria e la pratica pogano magnificamente insieme. Facendo mia l’osservazione partecipante mi addentrai in quel tempio e nelle sue vestali.

Ivano Satos

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6 commenti

Pubblicato da su luglio 3, 2015 in Libri infranti, Note

 

6 risposte a “L’anarchia del libro e la biblioteca/Sert

  1. Ivano Sato

    luglio 3, 2015 at 10:47 am

    Grazie mille per l’onore di esser inserito in questo sovversivo progetto misobiblioso 😉

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  2. theobsidianmirror

    luglio 3, 2015 at 2:00 pm

    La cultura deve essere istituzionalizzata e bollata. Hai proprio ragione. Il problema è che le cose non sono cambiate, Anche oggi si viene guardati con terrore (per non dire disprezzo) se nel proprio salotto campeggia un libro che non sia “universalmente sdoganato”, vale a dire il solito Faletti o l’ennesimo Camilleri, che tutti possiedono e mettono in bello mostra (ma guardandosi bene del leggerli), solo perché sono socialmente accettabili.

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  3. Ivano Sato

    luglio 4, 2015 at 4:29 pm

    @theobsidianmirror Giustissimo Tom. La cultura ormai viene vista come un mezzo di inclusione sociale, non dissimile da un taglio di capelli o da un logo sul vestito. Leggere, per molti, è come pascolare insieme alle mucche, e non un mezzo per comprendere quei moti irrazionali che influenzano il proprio comportamento, e che spesso vengono invece nutriti come bimbi iperfagici. Hanno trasformato la cultura in un rullo compressore. La scuola in un campo di concentramento.

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    • Lucius Etruscus

      luglio 4, 2015 at 5:03 pm

      La folle paura di essere lasciati fuori dal branco spinge i non-lettori a leggere solo quello che i propri simili stanno leggendo, così come si vestono solo con vestiti alla moda (cioè già indossati dai propri simili). E se ti beccano a leggere qualcosa che il gruppo considera sconveniente, subito vieni bollato come “diverso” e ne subisci l’ampio spettro di conseguenze.
      Proprio oggi cercavano di spiegarmi l’importanza della nuova educazione “gender” nelle scuole, perché abbattere le differenze sessuali aiuta l’integrazione: ma su quale pianeta? In quale favola psicotropa? Siamo un paese fondato sull’etichettatura e il consequenziale disprezzo per chi non corrisponde all’etichetta: la parte sessuale è davvero infinitesimale…

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  4. Ivano Sato

    luglio 6, 2015 at 10:12 am

    La non etichettatura dei giochi è basilare, ma l’utilizzo dell’ “It” mi sa di film horror 😉

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