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Slip the Bitch of War

10 Nov
Rita (Emily Blunt) dal film "Edge of Tomorrow" (2014)

Rita (Emily Blunt) dal film “Edge of Tomorrow” (2014)

Il 2008 è stato un anno di fuoco per gli Stati Uniti, in quanto il 4 novembre si è chiusa una accesa campagna elettorale con l’elezione di Barack Obama. Fra i vari protagonisti “in trincea” c’era anche l’agguerrita Hillary Clinton, determinata a fare la guerra per le presidenziali proprio come i suoi colleghi maschi.
Nell’aprile 2008 il political poet – suona davvero male in italiano dire “poeta politico”, ossimoro indigesto in questa terra dove mai le due attività sono state più distanti – Ian Reed rende onore ad Hillary con il poema Down-Hill (probabile gioco di parole tra downhill, “declino”, e le iniziali del cognome di Hillary). «Ha votato per la guerra, e ancora parla»: non sembra un poema lusinghiero…
Dopo aver paragonato Hillary ad un Amazzone e a Budicca (la fiera regina guerriera tanto cara agli inglesi) e dopo aver sottolineato le ombre della donna e la sua passione per la guerra, finisce citando due volte Shakespeare. Inneggia infatti i Democratici ad applaudire, a brindare e «unleash the warlike Hillary», riferimento al warlike Harry dell’Enrico V (Prologo, 5ª riga), ma a Reed non basta definire Hillary “bellicosa” (traduzione che rende poco il termine inglese, che sarebbe più divertente tradurre come “una che ci piace la guerra”).
È il momento di chiudere, e quindi inneggia i Democratici non solo a dare sfogo alla bellicosa Hillary, bensì «let slip the bitch of war»…

Va sottolineato che bitch in americano non ha nulla a che vedere con la prostituzione, è un dispregiativo usato in quantità massiccia ed equivale all’italiano “stronza”. (Per essere più offensivi gli americani usano whore o il curioso hoe, termine zoologico che indica… lo zoccolo dei mammiferi). Se il Marco Antonio di Shakespeare gridava «sguinzagliate i mastini della guerra» (Giulio Cesare, atto III, 290), Ian Reed grida: «sguinzagliate la stronza di guerra».
In breve tempo l’espressione bitch of war entra prepotentemente nello slang americano, ben lungi dall’essere un’offesa: e in italiano?

È ben radicata nella lingua italiana l’espressione “puttana di guerra”, ma a intervalli regolari viene dimenticata e ricordata. Per esempio recentemente un racconto pulp bizzarro dell’italiano sotto copertura Carlton Mellick III si intitola proprio Puttana da guerra, ma potrei citare qualcosa di molto più classico. «Sì, è vero. Sono e mi sento una puttana. Ma una puttana di guerra, loro invece saranno sempre puttane» leggiamo ne Il freddo nelle ossa di Franco Bompieri (Longanesi 1975). Noi italiani però con quell’espressione indichiamo chi esercita la professione più antica del mondo durante un periodo bellico per “rilassare” i soldati: bitch of war è tutt’altra cosa. È una donna che in qualsiasi momento può dichiarare guerra a chiunque.

Dove va a parare tutto questo discorso, qualcuno si chiederà?
Oltre all’aneddoto che ho scoperto in questi giorni e che trovo delizioso, mi sembra che la creatività nello scrivere sia un concetto molto simile: nella letteratura di intrattenimento è molto importante sguinzagliare quella stronza di guerra che è la creatività.
Se ci sono tanti soldi di mezzo ovviamente non vale, ma per un autore autopubblicato come me – e come tanti che ho conosciuto, una vera Self Published Legion – per cui la parola “guadagno” è inappropriata e si parla di qualche spicciolo, l’unico incentivo è divertirsi da matti a scrivere: e cosa c’è di più divertente di sguinzagliare la creatività e vedere dove ci porta?

Mi sono dilungato troppo, continuerò il discorso domani…

L.

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Pubblicato da su novembre 10, 2014 in Note

 

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