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Selfish Publishing

08 Ott
Woody Allen ne "Il prestanome" (1976), dove interpreta uno scrittore brillante e di successo... che non ha nulla da dire su quanto scrive

Woody Allen ne “Il prestanome” (1976), dove interpreta uno scrittore brillante e di successo… che non ha nulla da dire su quanto scrive

Ieri su ThrillerMagazine ho pubblicato un’intervista esclusiva ad un autore di thriller internazionali e, come tutte le interviste ad autori internazionali che ho pubblicato, è totalmente inutile. Il collega Pino Cottogni ha posto ottime domande che potevano dare l’occasione all’autore di parlare a lungo, ma come al solito gli autori non hanno un accidente da dire: soprattutto riguardo ai loro romanzi, che teoricamente dovrebbero essere la più alta forma di comunicazione.
mannequinQuando però è una rivista modaiola e blasonata che li intervista, allora si sciolgono e si lasciano andare. Che bella copertina. Grazie, ma non l’ho scelta io. Che bel titolo. Grazie, ma non l’ho scelto io. Che grafica accattivante. Grazie, ma non l’ho scelta io. Che bel carattere leggibile e riposante. Grazie, ma non l’ho scelto io. Ottima la scelta delle librerie in cui presentare il libro. Grazie, ma non le ho scelte io. Tornerà il tuo personaggio? Non lo so, dipende dal contratto. Ma allora lei chi è? Perché si è seduto al posto dell’autore?
Insomma, cari autori internazionali di bestseller che non fate niente e non avete niente da dire, una risata digitale vi seppellirà!

Il Self Publishing non si adatta ai grandi autori di bestseller, perché loro sono abituati a non fare nulla, a girare per festival e sorridere a favore di camera: sono abituati ai Selfie, non al Self.
Anche togliendo i bravi autori che hanno l’idea giusta e una scrittura intrigante – che vengono fatti subito fuori dal mercato se no fanno fare brutta figura ai cialtroni – un grande autore di bestseller ha per lo più un team di stagisti che lavora notte e giorno per lui, che gli prepara un testo che corrisponda a tutti i criteri e risolva tutte le equazioni, lui spilucca qualcosa, poi arrivano i correttori di bozza, gli editor, i copyrighter, i ghostwriter e un esercito di altri intermediari, compresi addetti al marketing e ottimi pubblicitari, che alla fine porta il libro al successo. E ti credo che quando è intervistato l’autore non ha una mazza da dire…
Tutto questo ha funzionato e funziona tuttora, ma è ovviamente un sistema che tiene fuori quel mostro orrendo e sgradevole che porta il nome di “uno che ha voglia di dire qualcosa, per quanto stupido sia”.

self-publish-cartoonAppassionati scrittori e arguti saggisti, un po’ segugi e un po’ cani, si sono da tempo affidati all’editoria a pagamento, con il risultato di perdere un sacco di soldi per avere nulla in mano. Anzi no, per avere casa piena di libri da andare a vendere porta a porta. Anche qui non c’è nulla di male, Dostoesvkij stesso ha seguito questa via, come ho raccontato in questo articolo. C’è un’altra via da percorrere per chi non voglia perdere soldi? Io credo di sì, ma bisogna darsi da fare… darsi tanto da fare.

multitasking_93455Il Self Publishing non basta: serve il Selfish Publishing, l’autopubblicazione totalmente ed egoisticamente “da sé”.
Molti pensano che autopubblicare sia battere al PC quattro pensierini in croce e caricarli in qualche libreria digitale: ci sarà pure chi lavora così, ma il Selfish Publishing sto scoprendo essere ben altro.

Da quando sono entrato in questo mondo, ho scoperto un oceano sconfinato di lavori da fare, di mansioni da svolgere, di sangue da sputare per un risultato che molti giudicherebbero totalmente insoddisfacente, ma è la sfida stessa a dare la forza di continuare.
Sono io il mio team di stagisti, sono io il mio copyrighter e il mio ghostwriter, sono io il mio agente pubblicitario, il mio direttore del marketing e anche quel bastardo del capufficio che controlla sempre se sto lavorando a sufficienza o se sto leggendo in bagno; sono io il mio copertinista e il mio grafico, sono io il mio impaginatore, sono io quello che sceglie la fonte, la dimensione, la giustificazione del testo e quel fottuto spazio fra i paragrafi che serve un rito voodoo per rimuovere; sono io che decido se la trama è una minchiata o se il saggio è finito fuori tema, sono io che non faccio indagini di mercato perché non posso permettermele e quindi vado a cacchio seguendo un’emozione che nessun autore di bestseller conosce: la voglia di comunicare qualcosa che mi piace e che mi piacerebbe piacesse. E se “mi piacerebbe piacesse” si dice o meno, se sia grammaticalmente corretto, lo decido io!!! (Spero si capisca che quest’ultima affermazione è uno scherzo ^_^)

Insomma, oggi tanti si lamentano che sta scomparendo l’artigianato: ecco, il Selfish Publishing è vero artigianato digitale, perché è interamente fatto a mano dall’autore, dalla copertina all’ultima parola scritta.
Questo non vuol dire che sia giusto così, ci mancherebbe altro, ma il fatto che non ci sia un team numeroso dietro un eBook non vuol dire automaticamente che non sia una cosa seria. Anzi, vuol solo dire che l’autore ha sputato molto più sangue: il risultato può essere una buffonata, ma questo lo deciderà il lettore (si spera) dopo la lettura…

Ora vi saluto, che devo andare a studiare software grafici per migliorare la qualità delle copertine…

L.

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Pubblicato da su ottobre 8, 2014 in Note

 

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4 risposte a “Selfish Publishing

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