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Marlowe e Faust 2

27 Nov

In attesa della nuova avventura dell’investigatore bibliofilo Cristoforo Marlowe – che rilascerò venerdì – continuo a presentare un protagonista importante di questo racconto più ambizioso del solito: Christopher Marlowe, il drammaturgo morto men che trentenne dalla vita molto discussa.

«Il teatro di Cristoforo Marlowe, incondito e sbracato come la di lui vita, racchiude nondimeno grandi bellezze. […] Perì di proditoria pugnalata in una rissa ch’egli appiccò in una taverna da villaggio. Altra prova che il pugnale non è da lunga pezza una privativa italiana.»

Queste le parole che gli dedica il nostrano Giuseppe Arnaud nel suo Mille aneddoti artistici teatrali (1870). Grande fascino ha avuto nel tempo l’immagine del giovane scapestrato e vizioso che passava da un’osteria a un teatro, dal toccare le tavole del palcoscenico a toccare ogni tipo di carne tremula. Ogni peccato gli viene affibbiato, non ultimo quello di aver lavorato nel servizio segreto: tutto gossip che nei secoli ha reso vivo e di successo il suo lavoro e fatto dimenticare gli altri suoi colleghi coetanei.

E se questo figlio d’un calzolaio che ha studiato Cambridge (altro grande mito dal fascino innegabile) in realtà non fosse morto come si pensa? Se la rissa che lo vuole ucciso da una coltellata fosse stata solo una recita per permettergli di sfuggire a debitori e nemici, rintanarsi al sicuro e continuare a scrivere? Scrivere cosa? Ovvio: le opere che noi oggi chiamiamo shakespeariane.
Ma se oltre a queste tesi dei marloviani – intriganti e affascinanti, ma ovviamente senza prove – ci fosse una possibile tesi in più? Se Marlowe fosse stata solo una pedina di una partita a scacchi che, cinquecento anni dopo, coinvolge anche l’investigatore bibliofilo Cristoforo Marlowe?

Non rimane che aspettare il racconto Chiamatemi Marlowe, da venerdì on line, per scoprirlo. Lascio dunque la parola a Ian Watt con un estratto da Miti dell’individualismo moderno (Donzelli 1996), tradotto da Maria Baiocchi e Mimì Gnoli.

«Grazie a una serie di fortunate coincidenze, la bizzarria della storia ha fatto sì che quello di Faust, a differenza di altri racconti popolari del tempo, non sia rimasto relegato nel limbo delle vicende effimere. Più di ogni altro è stato Marlowe a fondare il mito. […] A questo hanno contribuito soprattutto tre eventi fortunati: prima di tutto il fatto che la traduzione inglese del “Faustbuch” sia stata pubblicata nel periodo in cui cominciava la grande era del teatro elisabettiano; in secondo luogo, che sia arrivata a conoscenza di Marlowe, il più grande drammaturgo inglese di quel periodo, durante l’ultimo anno della sua vita, quando la sua fama aveva raggiunto l’apice. In terzo luogo, il fatto che Marlowe stesso fosse un’“anima naturaliter faustiana”.»

Lucio

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Pubblicato da su novembre 27, 2013 in Note

 

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